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Convento San Francesco, se ne vanno gli ultimi frati

Convento San Francesco, se ne vanno gli ultimi frati

Sono scaduti i termini per i frati del convento San Francesco di Palestrina. Qualche mese fa la pagina Facebook ufficiale dei Frati aveva diramato un comunicato nel quale si annunciava che a causa di una serie di circostanze sfavorevoli la Curia Generalizia dell’Ordine aveva deciso di provvedere alla chiusura del Convento, con i frati Jacopo, Paul, Maurizio e Arturo nelle condizioni di dover trovare un’altra residenza. Siamo stati a trovarli con l’intento di fare chiarezza sul tema, sul quale come sempre accade si è finito poi per creare molta confusione.

 

Dai colloqui è emersa la reale situazione in cui la comunità si trova ad operare. Tutto nasce quando, quindici anni fa, l’ultima comunità di frati francescani lasciò il Convento. E’ da quel momento che hanno origine una serie di vicissitudini che hanno condotto alla situazione attuale. L’Ordine provinciale dei francescani, proprietario della struttura, prima di giungere a decretare chiusa l’esperienza del francescanesimo a Palestrina, chiese aiuto a quel tempo alla Curia Generalizia dell’Ordine affinché si trovasse una comunità di frati che potesse proseguire nell’attività pastorale e liturgica dell’Ordine nel Convento di Palestrina. La Curia Generalizia, sollecitata, trovò una soluzione tampone individuando in un movimento interno al francescanesimo, il gruppo di frati che attualmente occupa la struttura, la comunità assegnataria. Questa situazione costituiva già di per sé un ripiego, perché la vocazione francescana dell’attuale comunità di Frati ha sempre creduto, non solo nell’attività pastorale esercitata ma anche nello stile della vita comunitaria, in una forma di francescanesimo più ortodosso, diremmo oggi più legato alle origini, fatto di spazi e forme più semplici di vita comunitaria. Sebbene questo i Frati, prima coordinati dal compianto padre Giacomo Bini e oggi da padre Jacopo Pozzerle, hanno sempre assolto alla cura del convento e delle anime con grandissima intensità, finendo per costituire nel contesto prenestino un punto di riferimento di assoluto valore, spirituale e sociale. Le disavventure però spesso fanno parte dell’ordine provvidenziale. Il Convento ha richiesto nel corso del tempo una manutenzione ordinaria e straordinaria con costi altissimi, che fino a qualche anno fa i Frati, grazie agli aiuti della Curia Generalizia, hanno sempre condotto con scrupolo. Purtroppo però le casse dell’Ordine francescano di recente sono state messe in ginocchio da una politica economica sbagliata operata al suo interno, la quale ha finito per ridurre all’osso gli aiuti economici che la Curia erogava a favore delle strutture conventuali.  Oggi infatti il Convento prenestino soffre di alcune problematiche di manutenzione architettonica, a cui i Frati non possono far fronte solo con le loro finanze.

 

È in questo panorama che si è fatta più forte fra loro l’esigenza di cercare definitivamente un’altra soluzione, più consona anche alle loro aspettative di vita comunitaria e scevra finalmente dal contesto del convento prenestino che, per vocazione, è sempre risultato per le loro attività quotidiana troppo ampio e grande. Da qui l’idea di ricercare un luogo più adeguato ai loro bisogni monastici e pastorali, da individuare nei dintorni di Palestrina, dove i Frati potrebbero continuare a svolgere quella preziosa attività di aiuto e assistenza alla popolazione della città, sia in ambito sociale che religioso. Potrebbe sembrare a molti una disaffezione alla causa prenestina, al convento e al connubio fra la comunità francescana e la città, ma è invece solo l’esito finale di un percorso spirituale operato dai Frati in linea con la loro vera vocazione, quella che avevano dovuto accantonare momentaneamente quando gli fu chiesto loro di occupare la sede di Palestrina per portare avanti il Francescanesimo in città, e che oggi torna in primo piano soprattutto di fronte al dissesto finanziario dell’Ordine e alla necessità di far fronte a continui interventi di manutenzione, difficili per una comunità di soli quattro sacerdoti e una struttura di migliaia di metri quadrati di grandezza giardino e orto esclusi. Sebbene questo il convento prenestino di San Francesco rappresenta una risorsa per la città ed è auspicabile che lo resti nel panorama religioso e sociale della città, viste anche le importanti realtà che sono venute costituendosi in seno alla struttura, come l’Associazione dei Presepi, e anche vista la recente situazione di difficoltà di parte del complesso parrocchiale della chiesa dell’Annunziata - anch’esso afflitto da problematiche strutturali della canonica - che vista l’occasione potrebbe provvisoriamente ereditare gli spazi e continuare a dare un volto spirituale a questo settore degli Scacciati.  

 

ECCO TUTTI I NUMERI DEI CONVENTI A PALESTRINA

 

 

Edifici che si spopolano e bisognosi di manutenzione. È questa la fotografia a oggi dei conventi di Palestrina. Cinque gli istituti presenti in città che contano, dati della Curia, 88 presenze. Ma di questi più di due terzi è rappresentato dall’istituto delle suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret in via Alcide De Gasperi, 1 dove risiedono a oggi 67 religiose. “Impietosi” i numeri degli altri istituti. Sono soltanto 6 le suore adoratrici del Sangue di Cristo in via Petrini, 34, 4 le Discepole e Apostole dello Spirito Santo, 6 le monache clarisse dell’antico Monastero di Santa Maria degli Angeli e ancora 5 le suore dell’istituto Franceschini di via Petrini, 40. Un progressivo spopolamento in linea con i dati nazionali.  Nel corso del 2015 e del 2016 tra frati e suore si sono registrati circa 2.300 abbandoni all'anno, compresi i 271 decreti di dimissione dall'istituto, le 518 dispense dal celibato concesse dalla Congregazione per il clero, i 141 sacerdoti religiosi incardinati in diverse diocesi e le 332 dispense dai voti tra le contemplative. Rimane alto il numero di religiosi e religiose che gettano via il saio. Il più alto numero di abbandoni si ha tra le religiose, fatto almeno in parte spiegabile in quanto sono la grande maggioranza dei consacrati. Non è facile individuare le cause di tanti esodi. Spesso nei documenti vengono indicati problemi di tipo affettivo, seguiti dalle difficoltà nel vivere gli altri voti o la stessa vita fraterna in comunità. Per monsignor José Rodríguez Carballo «la prima causa ha a che fare con la dimensione spirituale o di fede. Quando parliamo di fede non si tratta soltanto dell’adesione alla dottrina, ma di una fede vissuta, che tocca e cambia il cuore e quindi porta a una vita cristiana autentica e, come conseguenza, a una vita consacrata conforme a quanto uno ha abbracciato con la professione. A volte si confonde la fede con la religiosità. L’esperienza - continua -ci dice che uno può essere molto religioso e debole nella fede. La fede parte da un vero incontro con Cristo e porta a rafforzare questo incontro durante tutta la vita. Nella vita cristiana e consacrata si danno per scontati diversi aspetti riguardanti la fede ai quali si dovrebbe prestare molta più attenzione».

Andrea Fiasco

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